Nuovo sound.

A volte sono gli incontri casuali a riaprire le porte della memoria. Mi è capitata tra le mani, quasi per caso, una vecchia copia della rivista “Nuovo Sound”, che all’epoca dedicò ai Pooh un bellissimo articolo sul rinnovamento della band dopo l’era di Lucariello, in quella fase delicata in cui il gruppo stava ridefinendo la propria identità musicale.
Ma, rileggendo quelle pagine, il pensiero è andato soprattutto a un altro aspetto: il coraggio creativo di quei quattro amici che, proprio in quegli anni, seppero esplorare sonorità nuove e più ricercate. Ed è proprio quel sound, venato di progressive e di sperimentazione, che oggi voglio ricordare.
Quando si parla di rock progressivo italiano, il nome dei Pooh viene spesso collocato ai margini del canone più “ortodosso”. Eppure, tra la fine degli anni Sessanta e la seconda metà dei Settanta, la band attraversa una fase creativa che dialoga apertamente con il linguaggio del prog, rielaborandolo secondo una sensibilità melodica e narrativa tutta italiana.
Il prog dei Pooh non nasce dalla volontà di aderire a una corrente, ma da un’urgenza espressiva. Album come Opera Prima, Parsifal e Un po’ del nostro tempo migliore segnano una progressiva emancipazione dalla forma-canzone tradizionale. Le strutture si dilatano, i brani diventano suite, la musica si fa atmosferica, talvolta visionaria. Tastiere, mellotron, cambi di tempo e arrangiamenti complessi convivono però con una cifra melodica immediatamente riconoscibile.
La differenza sostanziale rispetto ad altre formazioni prog sta proprio qui: nei Pooh la sperimentazione non cancella mai la comunicabilità. Le composizioni di Roby Facchinetti e le liriche di Valerio Negrini non rinunciano al racconto, alla dimensione emotiva e simbolica. Parsifal ne è l’esempio più alto: un album che unisce mitologia, tempo, natura e spiritualità in un flusso musicale continuo, dove il rock progressivo diventa linguaggio poetico più che esercizio tecnico.
In questa fase, i Pooh anticipano una sintesi che pochi in Italia riusciranno a mantenere: ambizione artistica e successo popolare. Il loro prog è meno cerebrale e più narrativo, più vicino al cinema che alla pura avanguardia. Le canzoni scorrono come sequenze, costruendo immagini e stati d’animo, senza mai perdere il contatto con l’ascoltatore.
La stagione prog dei Pooh non è una parentesi, ma una radice profonda della loro identità. È il momento in cui il gruppo dimostra che anche nella musica leggera italiana è possibile pensare in grande, osare, raccontare il tempo, l’uomo e il mondo con una scrittura musicale complessa ma inclusiva. Un prog “popolare” nel senso più alto del termine, capace di parlare a molti senza smettere di cercare.
Oceano

Nel brano “In concerto” si percepisce fin dal primo verso il paradosso che accompagna chi vive il palcoscenico come mestiere e, insieme, come destino. È uno “strano lavoro”, si dice, ...

Buona Pasqua a tutti. Vi ricordiamo che in onda su radio Pooh e sui social Instagram e Facebook ci sono le voci dei Pooh che vi fanno gli auguri.

...

La città Dopo il tempo, che ha aperto lo spazio dell’attesa, e dopo la donna, che ha reso possibile il cammino, Il tempo, una donna, la città approda infine al ...